Il giudice che il 26 giugno ha esaminato le carte Alitalia

Si chiama Sean H. Lane e, lunedì 26 giugno, ha esaminato la richiesta di Alitalia di fermare i 663 possibili creditori basati negli Usa dell’ex compagnia di bandiera (tanti sono quelli inseriti nell’elenco che il Corriere della Sera ha potuto visionare).
Tra le carte si scoprono anche dati interessanti, come quelli sul mercato USA. Circa il 30% dei ricavi complessivi della compagnia tricolore, infatti, derivano proprio dalle operazioni negli Stati Uniti.

 

 

Sean H. Lane ha in mano un pezzo importante di Alitalia. Quasi un terzo dei suoi ricavi complessivi. I voli Italia-Usa. La sopravvivenza dell’ex compagnia di bandiera. Sean H. Lane è il giudice fallimentare che alle due del pomeriggio (le 8 di sera in Italia) del 26 giugno inizierà a esaminare nell’aula del Distretto Sud di New York il dossier del vettore tricolore. Dovrà decidere se dare ragione agli italiani oppure ai suoi (tanti) creditori americani. E, di fatto, avrà una voce rilevante sul futuro: perché se dovesse accogliere le obiezioni americane metterebbe in seria difficoltà l’azienda.

Il Capitolo 15

Il 12 giugno scorso Alitalia ha presentato al Tribunale fallimentare di New York — cosa già fatta con la vecchia società — istanza di riconoscimento dell’amministrazione straordinaria anche negli Stati Uniti ricorrendo al Capitolo 15: è un modo per bloccare all’istante qualsiasi azione legale e sequestro di beni da parte dei creditori e serve ad agevolare i processi di ristrutturazione nel proprio Paese. Nella richiesta depositata da Benedetto Mencaroni Poiaini, Vice President Regional Manager per le Americhe di Alitalia, il Capitolo 15 è necessario perché due «fornitori» chiedono il pagamento immediato di alcune fatture e bollette inevase o interrompono ogni prestazione. «Il debitore (Alitalia, ndr) vorrebbe che le sue operazioni continuassero nel modo più stabile possibile», scrive il manager. Cosa che non sarebbe possibile senza i servizi erogati dai diversi fornitori in territorio americano

Bollette e fatture inevase

Nello specifico, da un lato c’è Terminal One Group Association, società che gestisce l’aeroporto JFK di New York, che minaccia di porre termine al contratto con Alitalia «cosa che renderebbe il debitore incapace di operare i suoi voli giornalieri da e per New York» e «privandolo di una fonte importante di ricavi». Dall’altro lato c’è Broadband Centric Inc. che ha avvertito il vettore che smetterà di fornire i servizi telefonici e internet se non vengono effettuati i pagamenti richiesti. «L’interruzione — continua Mencaroni Poiaini — renderebbe Alitalia incapace di continuare con il servizio di call center» e altre attività negli Usa.

Il «peso» degli Usa sui ricavi

Nella richiesta di Alitalia si scoprono anche dati interessanti. Circa il 30% dei ricavi complessivi della compagnia tricolore derivano proprio dalle operazioni negli Stati Uniti. «Di questi almeno il 15% dei ricavi globali sono generati dai voli da e per il Terminal Uno del JFK di New York». «Il debitore — continua il documento — opera nove voli giornalieri dagli Stati Uniti all’Italia e affitta spazi in cinque scali americani (oltre al JFK, anche al Logan International di Boston, al Los Angeles International, al Miami International e al Chicago O’Hare International), così come uffici a New York». Altro capitoli delicato è il carburante. «Ogni anno, negli Usa, Alitalia ne acquista quantità per un valore di circa 543 milioni di euro per far volare i suoi aerei». In assenza del Capitolo 15, è il ragionamento della società, i fornitori potrebbero iniziare a cambiare i termini del contratto e danneggiare l’operatività dei collegamenti previsti.

Chi è il giudice

Ora tocca al giudice Lane. Che avrà da una parte Alitalia. Dall’altra 663 creditori (reali o possibili) basati negli Usa dell’ex compagnia di bandiera, tanti sono quelli inseriti nell’elenco che il Corriere della Sera ha potuto visionare. Sean H. Lane non è uno qualsiasi, però. Oltre ad essere grande esperto di istanze fallimentari è anche quello che ha avuto molto da (ri)dire sulla fusione tra American Airlines e Us Airways contestando i 19,9 milioni di dollari di «premio» per Tom Horton, l’allora ad di AMR Corp (di cui faceva parte American Airlines). Alla fine il giudice ha approvato la fusione.

 

Fonte: Corriere.it

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